RISERVA NATURALE DEL SASSO DI SIMONE

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Il Fantasma
 
UN FANTASMA NELLA STORIA DELL'ARCHITETTURA

Ad un primo impatto si rimane interdetti: si parla di architettura e di architettura militare dinnanzi al nulla: nessun elemento è sopravvissuto, nessuna traccia visibile del lavoro e dell'impegno, testimoniati da una ricca documentazione. Eppure Sasso di Simone, come Cosmopoli o Terra del Sole, era prezioso tassello nella griglia politica delineata da Cosimo I all'indomani della presa di Siena del 1555, con funzione di baluardo militare e di coagulo urbano. Ma l'idea cosimiana propositiva, vitale e lungimirante in altri casi, qui al Sasso di Simone fallì, piegata dal fiero rifiuto della popolazione locale e dalle avversità del clima. La ricostruzione della fortezza, in assenza dei suggerimenti matrici della sopravvivenze, poggia sulla comparazione delle notizie documentarie, la più parte lettere che i responsabili del cantiere inviavano a Firenze, e di alcuni elaborati grafici. Non conosciamo uno schema progettuale; tuttavia, in data anteriore al 1568, all'inizio cioè del terzo anno dal varo dei lavori, Battista Zani capomastro e Leonardo Nipozzani provveditore elaborarono, non senza velleità grafiche, una planimetria chiarificatrice della natura e della logica impresse all'intervento. Seguendo la geometria propria del sito, il disegno propone una duplice fila di schiere articolate in cellule tipo: doppio volume con annesso cortiletto, assemblate in serie fino alla saturazione dell'area di intervento. Il palazzo del podestà e la torre del corpo di guardia si pongono come gli elementi di maggiore spicco architettonico; embrionali segmenti viari collegano le schiere, la porta del soccorso e il lato opposto del naturale quadrilatero del Sasso. Le mura, dotate di casematte e torri di guardia, ne seguono pedissequamente il perimetro. A chi attribuire la paternità del progetto? Certamente non ai due firmatari del disegno, semplici - per così dire - operatori sul campo. Un'ipotesi, valida seppur non confortata da certezze documentarie, converge sul nome, illustre nell'ambito dell'architettura militare, di Giovanni Camerini. Da una serie di considerazioni e confronti sembra quasi che il binomio Zani-Nipozzano abbia tradotto sulla carta (anche acriticamente per una serie di ingenuità) un abbozzo tracciato dal Camerini. Nella realtà, poi, della massiccia previsione dell'intervento fu realizzata solo una piccola parte, con ritardo e lentezza. Cattivi materiali, una non sempre corretta scelta tecnica delle soluzioni adottate, la disastrosa esposizione ai venti, il categorico rifiuto della popolazione locale a trasferirvisi, concorsero ad innescare un processo di distruzione drammaticamente sincronico alla costruzione. Sia la formulazione iniziale che le successive, ed ancora la ricognizione dei tracciati superstiti, confinano l'operazione entro l'alveo della più stretta osservanza della tradizione ed assolutamente ai margini del fervore progettuale stimolato dalle nuove tecniche militari. E tuttavia, malgrado gli errori concettuali e pragmatici, malgrado la città e la fortezza non abbiamo mai decollato, malgrado il fallimento dell'intera operazione, sopravvive il fascino utopico di quell'ideazione, quasi una sfida agli elementi naturali e storici.

Miranda Ferrara